Pubblicato su Stele di Nadâl, 2026, pp. 166 – 167.
Diciamoci la verità: ha davvero ancora senso, scrivere, pubblicare libri, raccontare o inventarsi storie? Davvero la letteratura possiede un potere taumaturgico? Davvero è capace ancora di diffondere attorno a sé o all’interno del gruppo (ahimè sempre più ristretto) di lettori la dose di positività di cui una comunità? A interpretare con sincerità i segnali che si percepiscono in proposito la risposta sarebbe sconfortante. Certo l’atto dello scrivere in sé, possiede una prerogativa liberatoria non comune, fa stare bene, permette a chi batte sulla tastiera o muove la penna o detta al suo dispositivo la propria intimità, di avvertire l’incomparabile leggerezza della liberazione.

Il problema nasce però nella pretesa che ciò che si scrive passi necessariamente dallo stato semplice di scrittura a quello di potenziale lettura pubblicata, editata, smerciata. Considerata insomma libro e letteratura. C’è qualcosa di distorto in un’editoria che pubblica 85.000 titoli nuovi ogni anno. Più di 230 al giorno. Quasi 10 ogni ora. Cifre destinate a alimentarsi con l’esplosione del fenomeno del self editing. Ma a preoccupare non sono tanto le cifre -tutto sommato in linea con quelle di altri paesi europei- quanto piuttosto il numero dei lettori. In Italia solo il 40% della popolazione legge almeno un libro all’anno; e se il Friuli appare ancora una volta come luogo di resistenza (la media sale al 50%), spiace riscontrare che non esiste una mappatura di quanto e come le nostre case editrici pubblicano e vendono. Ma a parte questa constatazione è bene esserne consapevoli: ormai gli editori non cercano quasi mai penne. Non servono. E serviranno sempre meno, a mano a mano che l’Intelligenza Artificiale si perfezionerà e si diffonderà. Si cercano facce e nomi già famosi – attori, cantanti, chef, personaggi della tv, del mondo dello spettacolo, dello sport. E qualora famosi non fossero, ciò che conta è il numero di fan/follower che si portano dietro e, quindi, di potenziali lettori. Acquirenti.
Ma ammesso che si possa by passare i numeri e concentrarsi sui contenuti è imbarazzante constatare la proliferazione di storie individuali, autoreferenziali, spesso concentrate sui propri traumi personali. Non c’è nulla di sbagliato in questo spostamento, se non la constatazione che la somma di tutti questi “io” fatica a generare un “noi”. In quest’epoca in cui la solitudine è diventata strutturale, in cui tutto sembra prossimo, immediato, cliccabile, ciò che cresce a dismisura è il senso di estraneità reciproca.
Forse allora bisognerebbe trasformare la domanda iniziale: può la letteratura generare uno spazio dove le nostre individualità si ascoltino, si contaminino?
Potrebbe, nella misura in cui all’interno di una storia narrativamente ben strutturata anche le differenze trovino cittadinanza. Un buon romanzo non necessariamente semplifica il mondo; forse non lo deve nemmeno fare. Di certo non nella misura in cui lo deve rendere più difficile da giudicare, ma più facile da abitare. La letteratura, il narrare ha bisogno semmai di ferire, di provocare lo scontro non rimuovibile tra disperazione e speranza. Nello scrivere bisognerebbe avere il coraggio di porre i nostri personaggi dinanzi a un bivio e far loro scegliere non la strada che imboccheremmo naturalmente e istintivamente, ma l’altra. Quella che magari non conosciamo, quella che ci fa scoprire lati oscuri di noi, aspetti della vita e dei caratteri di coloro che nel nostro vivere quotidiano scansiamo, evitiamo, ignoriamo. Capire insomma che il dolore non è solo il nostro, perché aggrapparsi al dolore altrui significa scoprire sofferenze diverse, speranze diverse. Liberarsi insomma dal collare dell’autoreferenzialità, lanciare storie e personaggi nel mare comune in cui nuotano, galleggiano, affondano gli altri. Il noi.
Scrivere oggi è sempre più un atto di resistenza e insieme di tessitura di fili differenti, di lane pluricolorate, di patchwork dalle infinite sfumature. E lo scrittore di fatto è tessitore. Non perché abbia in tasca verità assolute, ma perché ha il coraggio di stare dentro alla complessità senza ridurla a schema.
È questa per me l’unica trincea rimasta in cui e per cui combattere. L’estremo baluardo per resistere al consumismo sfrenato, all’esaltazione del proprio io a qualsiasi costo, al meccanismo perverso che spaccia la cultura come panacea per tutti i mali, mentre nella cruda realtà altro non cerca – per il proprio tornaconto- di ridurre gli autori in celebrità, i volti in maschere, le persone in pedine.
Paolo Patui